ok

pronti per l’elenco più disgustoso della mia vita?

cioè, robe da rimanere senza fiato?

roba che dopo vorreste vomitare in un secchio?

ma tanto tanto tanto?

bene.

ho un sacco di paure.

ho paura del mio passato che ogni tanto ritorna e fa male,

ho paura di guardare certe persone in faccia, ho paura del contatto fisico, ho paura degli estranei, ho paura di chi ha uno sguardo che non mi rassicura.

ho paura dell’uomo inteso come essere umano.

ho paura di essere debole.

ho paura di mostrarmji per quello che sono, ho paura delle mie debolezze.

ho paura di non essere all’altezza del mondo.

ho paura perchè mi hanno portato ad avere paura, e ho lasciato che accadesse. come una codarda.

ho paura dei codardi e io sono la prima.

ed è triste. molto triste.

e si, ho paura quando vedo tra le ricerche per arrivare al mio blog “lunaneralilith”

perchè temo chi mi possa cercare attraverso questo nome.

ho paura del mio stesso nome.

e non voglio più avere paura di tutto.

e questo blog, bene o male, è nato in risposta ad alcune mie paure.

alla voglia di dimostrare che sono più forte.

per l’ennesima volta.

ma non è vero.

sono debole, sono una donna. e non posso dare sempre a tutto colpa agli ormoni

cioè

tra poco mi faranno una causa sindacale.

per cui

chiudo il blog.

o meglio. lo userò poco.

riporterò le cose importanti altrove, in un posto che non sia legato ad altro

perchè il mio vissuto è importante.

ed è importante che sia libero dalle ombre di dicembre e dei mesi antecedenti.

volgio che il nero sia a colori, voglio sbattere fuori tutto.

tutto il nero.

non i colori.

i colori mi sono stati regalati.

e non li voglio perdere.

e lo devo fare per correttezza. nei miei confronti,

ma soprattutto nei confronti di un altro.

ma poi non credo di dovermi giustificare.

cosa cambierà?

nulla.

sarò sempre lunaneralilith. in tutto e per tutto.

cambierà il senso.

del blog.

e credo non ci vorranno tante parole per chi mi conosce davvero per capire il mio gesto.

un abbraccio, a pochi.

un bacio.

ad ancor meno.

 

 

ci si rivede on line.

in rete.

 

mobbasta (sottotitolo: ai miei vicini)

o voi,

teneri virgulti di esseri umani,

che strappate alla vita la speme di una maggiore gloria.

voi;

astri nascenti di un dimentico sospiro….

 

 

porco d.

(dio non si può dire. siamo in italia. a buon intenditore… ups… si capiva che dicevo dio? sul serio? oh, cazzo… scusatemi… non volevo… no, non è vero!)

sono le 2 di notte.

no, cioè, ripeto.

le 2.

è estate.

sento delle urla che manco tarzan.

mi spavento.

la crocerossina che è in me parte alla salvezza della povera sprovveduta che già mi vedo violentata….

e invece no.

tante paranoie per poi sentire

“succhia lurida tr…ia, succhia! ti piace il mio caZ2o, vero? e allora succhia”

condito di altri interessantissimi mugugniii e altro vociare femminile degno di chupa dance in retromarcia.

allora.

se effettivamente è un ballo a 2.

vi prego. abbiate pietà di noi misere creature che non abbiamo la fortuna di scopare come voi il lunedì sera.

se è una prova generale con federica la mano amica (cosa che ritengo più probabile vista la ritmicità delle grida che ricordano tanto un rewind)

brutto cretino.

mastrociliegia del piffero di mio nonno imbalsamato.

fai almeno la cortesia di mettere le cuffie e di non assordare il vicinato. che non a tutti fa piacere sapere la cagio del tuo coito onanistico.

tantomeno la durata o, quanto più probabile, le volte.

in altre parole.

la gente vuole dormire!

per cui, futuro cieco,

ti imploro:

chiudi le finestre se vedi un film porno, prima che ti prenda a sassate i vetri!!!!!

 

 

grazie.

scusate il disturbo.

lucy in the sky with diamonds

(non fate domande sul titolo. che è un assoluto nonsense rispetto al testo. ma ora come ora ho in testa questa canzone)

stavo pensando al primo uomo sulla terra.

come succedeva alla wolf o a joyce col flusso di coscienza sono passata al primo australopiteco ritrovato. di conseguenza ai beatles. e a questa canzone.

(forse allora il titolo un pochino ci azzecca)

insomma.

stavo pensando a tutte le amenità a cui si pensa quando non si ha voglia di pensare.

un pò come quando ti perdi ad osservare le rifrazioni della luce su una caramella gommosa frizzante comprata a mentone in un negozio sulla rue pietonne chiamato “la cave des les pitares”

(la caramella è viola e rossa a forma di ciuccio. n.d.r.)

oppure quando osservi la fatina verde impressa su una bottiglia quasi vuota di assenzio comprata a san marino e ti chiedi “chissà che sta pensando la fatina verde dell’assenzio con lo sguardo perso nel vuoto?” e ti accorgi che dall’esterno hai la stessa espressione di quella miniatura retrò anche se in cuor tuo sai che state pensando a cose diverse. o forse in termini massimi filosofici alla stessa cosa.

ma questo non lo saprete mai. nè te nè la silente interlocutrice che ti trovi davanti.

anche perchè non vi state parlando.

(ok, passo ad altro prima che mi si fonda il cervello in questo gioco di specchi cinesi e rifrazioni dell’anima.)

sono 2 giorni che sono stabile in italia e già torino mi sta stretta come un vestito vecchio.

maltollero il grigio che mi piove addosso come una coppa di peltro rovesciata e scalpito come fossi in gabbia.

anche se il rientro alla “vita reale” ha avuto a suo modo dei risvolti agghiaccianti.

in primis il furto di una sbarra nel parcheggio del mio futuro ex ma non troppo negozio. in allegato il furto della telecamera che videosorvegliava la sbarra.

prima esisteva questa sbarra, no?

stava lì

faceva la sua vita di sbarra automatica per parcheggio.

rossa e bianca

a righe.

stile quella dei caselli autostradali per intenderci.

magari consapevole e fiera del suo ruolo di quasi uscere/poliziotto di sorveglianza.

ok

ora non c’è più.

anche la telecamera. sparita.

ora, mi chiedo.

chi cazzo è stato a rubare la sbarra?

perchè la sbarra e la telecamera? che di fatto fungeva da videocitofono?

che ci sia nei dintorni di casa mia un pazzo pervertito amante delle lap dance con il pallino per il rosso e il bianco?

un voyeur che si ingrifa vedendo una sbarra ripresa da una telecamera stile videocitofono?

oppure la sbarra e la telecamera in vacanza si sono animate, hanno scoperto che il loro era vero amore e sono fuggite insieme alle bahamas?

il vicinato non si è accorto di nulla.

nessuno ha visto il minimo movimento.

infatti uno che passa per la strada con un’asta di 2 mt sotto il braccio è normale.

chi non lo fa? io di solito giro direttamente con un’asta olimpionica dentro la borsetta, sai mai che capiti di dover bypassare il traffico del centro all’ora di punta.

oppure vedi mai che passi da quelle parti un pompiere con la fissa di scivolare giù per la sbarra come gli acchiappafantasmi.

mah.

speriamo duri poco.

la canzone della felicità

questo mi passa per la mente.

dopo un viaggio di 22 ore per tornare a casa. tratta venezia milano. poi milano torino.

un bambino tedesco che conta fino a non so che cifra. un bambino logorroico

“probabilmente è iperattivo” mi dice.

lo capisco. io se non scendo da sto cazzo di treno tiro le testate contro il muro.

come mi sento? svuotata. una stanchezza profonda.

non faccio in tempo a cullarmi nel ricordo del viaggio che gia sono a casa con un esasperato bisogno di ripartire di nuovo.

e mentre mi bevo un bicchiere di vino “italiano” e fumo l’ennesima marlboro comprata con i soldi che ci rimanevano, progetto già con la fantasia nuovi viaggi. perchè di stare in casa non se ne parla. non dopo tutto questo.

fino all’ultimo.

per il resto, come riassumi 10 giorni che sono stati intensi come 10 mesi?

io non ne sono in grado. ci vorrebbe quantomeno una treccani.

come posso spiegar il viaggio in sè. i mutamenti, il trovarsi uguali seppur opposti, nemesi, in un certo senso, di noi stessi, il vedere in una città mille città diverse, la cena a base di grasso di maiale (non conoscendo il ceco, che si pretende?) le stanze di ostello che diventavano regge, lo scoprire che cos’è il fluire della vita come energia attraverso una canna, e qualche funghetto. ok. lo ammetto.

ma ammetto anche che quella sensazione di vita, è rimasta, come uno spettro.

ma non era quello. era coscienza.

è stato un bel viaggio.

lo è tuttora.

grazie a chi l’ho condiviso. perchè senza forse mi sarei persa.

tutto qui per ora. il vino è ormai finito, e la sigaretta volge al termine nel suo turbinare di fumo.

e c’è bisogno di riposare prima di ripartire.

e se me lo concedi, non ho manco più voglia di tornare.

 

a proposito

bello tutto, eh, in olanda.

e le canne, e i tulipani, e i funghetti, e i sexy shop…

ma mi hanno rotto i coglioni!

scusate il frencesismo!)

prologo

alcuni sostengono che la cosa importante di un viaggio sia la destinazione. altri che sia il tragitto in sè, perchè alla fine l’unica cosa che cambia con lo scorrere dei km sei tu.

ovviamente, manco a dirlo, sono del secondo avviso.

infatti, a 3 ore dalla partenza, non si sa ancora quela sia la prima tappa.

quello che so di per certo che è tutto partito con una digressione a san marino, un tavolo che non esisteva creato apposta, il tavolo 0 balcone, oppure o’ balcone, a seconda della prevalenza di sangue partenopeo, uno stato di tempo dilatato e distorto, a tratti compresso, non lo so, una storia d’amore nata tra una capostazione rumena e un italiano che è costata 4 anni di pellegrinaggi prima di un si, la consapevolezza che l’uomo è l’animale più terribile che la mente di un qualsiasi dio blasfemo possa creare, restare sospesi in bilico su una finestra mentre il mondo intorno tace, o dorme, a parte i gatti che lottano per una femmina (ok, è una cosa molto umana questa), bagagli preparati mentre scrivo.

si ringrazia la pesca di centobuchi che ha supportato l’iniziativa viaggio offrendo quanto fosse necessario al viaggio.

si, perchè si parte, senza meta.

tra 3 ore. circa. suppergiù.

piuchesianzicheno.

terrò aggiornato il blog.

perchè si tratta del viaggio, non di un viaggio.

si tratta del viaggio che ho sempre sognato.

e non so ancora se avrò voglia di tornare. 

cosa vorrei ora

parete bianca

gran quantità di colori in cestelli da 5 litri

pasticciare con le mani sulla tela di mattoni fino all’alba

voglio creare un manifesto senza parole

 

 

“the people who are crazy enough to refuse don’ts, are those who change the world”

l’etereo nel paradiso di milton

applausi, sul finale della canzone. gli occhi ancora chiusi. le mani che tremano. un pò perchè come al solito non ho il coraggio di guardare il mondo mentre canto, un pò per le poche ore di sonno, un pò perchè tremo sempre davanti a qualsiasi tipo di emozione.

mi dicono che ho messo i brividi, che nessuno se lo aspettava. non se lo aspettavano per una promessa. ho promesso di cantare in cambio di una fuga. l’ennesima. e mi vien da ridere. cantare in cambio del silenzio.

luisa mi guarda. applaude.

“perchè lei è un’artista. lei ha espresso se stessa attraverso la voce. mi ha emozionato”

e pian piano la gente che affluisce dagli uffici in un giorno torrido di luglio, per sentire. per distrarsi.

perchè in fondo sai essere anche questo. non solo arte, manifestazione. anche sollazzo, distrazione. il diversivo piacevole di una giornata di luglio troppo calda per essere reale.

il diversivo.

torni sul treno. in ritardo per un incendio in un punto non meglio precisato. sempre con in mano le tue 2 cazzo di ore di sonno che ormai sono diventate compagne di vita.

su un treno che ha preticamente scritto sulla fiancata “fuori servizio-ce ne fottiamo se vi causiamo disagio”

e da quel cazzo di treno non vedi neanche le stelle, tanto è sporco. e vorresti il silenzio che non puoi avere. il silenzio che non hai. che vorresti essere in alcuni momenti ma che non sei. perchè si pretende che la vita sia rumore. parlare parlare parlare.

e in testa ti dici che anche la musica ha le sue pause che a pieno titolo sono note.

“dove vorresti essere?”

“in una nebulosa”

è che forse tanta passione l’artista riversa nella sua arte quanta ne riversa nella vita. fino a rimanere svuotato, e di conseguenza malinconico.

perchè si vive senza interporre filtri. perchè l’emozione fa tremare.

perchè l’artista manifesta la sua arte ad occhi chiusi, lasciandosi andare del tutto. anche se tutto il mondo che ha dentro non riuscirà a mostrarlo mai.

 

cu cù!!!!

soffro di un grave disturbo.

ebbene si. lo devo confessare.

voglia di marternità a tratti.

della serie semaforo giallo intermittente. un pò si un pò no. della serie sarei una splendida madre forse ma solo dal lunedì al venerdì tra un’abliterata e l’altra del cartellino d presenza. zio sasso (ale per i mortali che non sanno) mi racconta delle pulsazioni veloci del miocardio del feto e mi prende lo squinterno e volgio essere mamma. poi mi racconta delle manovre del parto e la voglia di maternità non ce l’ho più. il tutto nel giro di pochi attimi. manco una bipolare convinta in mezzo al triangolo delle bermude.

è che forse non sono ancora pronta. in fondo tendo a dire che ho 23 anni anche se ne compio 24 tra una settimana. è che l’ho desiderata così tanto la responsabilità che adesso mi accorgo del peso che ha, e forse voglio essere abbastanza grande da capirla appieno, e ancora grande non sono, visto che dormo con Coccolo Cucciolo. e se si allontana faccio brutti sogni. 

eppure…

eppure non ho fatto in tempo a insegnare a Carlo a fare cucù (abbiamo passato la giornata di ieri a giocare a nascondino), con suo tentativo maldestro di ripetere la parola ridendo (sta mettendo i dentini per cui oltre ad essere estremamente paturnioso e gnaulante è una specie di fonte perenne di bava), che già mi arriva la pupetta.

cioè, io penso che sia una pupetta, ma tanto chi mi conosce sa che di rado mi sbaglio. almeno sulla nipotanza.

altro nipote.

una botta un centro.

M.C. già sclera perchè le si prospetta un altro periodo senza sesso. mio fratello è in visibilio. io penso che se non mi sbrigo a pagare sto cazzo di mutuo con i loro ritmi di procreazione mi ritrovo con una squadra di calcio urlante senza spazio in cui metterli.

ufff…

il vero problema è che ti avevo promesso un sacco di cose. ti avevo promesso che ti avrei insegnato a proteggerla. ne avevamo parlato mentre eri in sala ostetricia.ti avevo promesso che ti avrei insegnato ad essere grande. solo che non pensavo così in fretta. cioè, non hai ancora sentito manco l’intera discografia dei burzum, cazzo. tu farai i primi passi e lei i primi vagiti.

 però lo prometto ad entrambi, sarete felici. beh, almeno finchè lo posso fare. e nessuno sarà geloso. avrete tante coccole tutti e due. a te che sei più grande terapia intensiva. perchè dovrai crescere in fretta e restare bimbo al contempo. e per te sarà difficile, piccolo mio. ma ci sarà sempre zia che ti fa ridere per le cazzate, come al solito, perchè di meglio non sa fare.perchè è una cazzona patentata la zia. 

 e dovrai insegnare a lei a ridere. per le stesse cazzate che ti insegna la zia. o magari diverse, saranno le vostre.

i vostri piccoli segreti di fratelli ad un anno di distanza.

ti voglio bene carlo. sei l’uomo della mia vita, anche se vomiti di continuo.

ti voglio bene futura arrivata. sei la donna della mia vita, ma vomita meno di carlo. te lo chiedo per piacere. almeno per solidarietà femminile.

e vi chiedo un favore.

se mai mi dimenticherò che vuol dire essere bambina, ricordatemelo voi. insieme, mano nella mano, quando sarò troppo adulta per capire. arrivate con una caterva di colori a ridipingremi la stanza a suon di manate date da manine che ho visto crescere piano piano sul mio palmo.

caro oste

ok. sono qui.

pronta a fare i conti.

mi preparo che tra poco il faremo, come ogni anno.

perchè proprio stasera?

perchè stasera davanti a quei 2 rumeni ho dovuto fare per l’ennesima volta la voce grossa, da brava tigre incazzata di borgata parella. perchè intanto la mia vena rissosa non la perdo mai.

e allora facciamo sto cazzo di bilancio, oste. anche se lo chiudiamo l’11 del mese prossimo. tanto gli stipendi li dai il 15. facciamo un piccolo summit prima. un piano di marketing strategico.

hai ragione. mi fossi adeguata a cerchi et similia, come diceva Jenny, avrei avuto molti meno problemi.

non avessi combattuto l’egemonia maschile alle medie non mi sarei trovata a chiedermi “che cazzo sto facendo? chi cazzo sono?” davanti a un prete.

non avrei mai sentito promesse non mantenute, non avrei mai cominciato a fumare (forse), non avrei sofferto, non avrei imparato mai che significa girare col coltello nel reggiseno, il freddo piombo sulla fronte, non avrei mai sentito associati a me termini quali puttana detti dai miei stessi cari, non avrei un rapporto così morboso con le lamette, non mi piacerebbe così tanto toccare il fondo. forse non l’avrei mai toccato. forse non avrei mai scavato più in basso. non avrei conosciuto quello che nessuno deve conoscere. cosa si cela dietro qualsiasi tenda.

ma sarei un altra.

un’altra me. diversa e inconciliabile.

non saprei cosa sono le lacrime di gioia, non saprei dare nome all’esigenza di essere protetta, io, che troppe volte mi sono difesa da sola, non saprei dare valore all’amicizia disinteressata, non saprei cos’è la solitudine, e di conseguenza la compagnia, non saprei il senso della parola difendere, non saprei il senso profondo della parola amore. non saprei che essere piccoli non significa per forza essere inutili.

e poi, oste. già che ci siamo. sai che significa il mio nome?

in latino piccolo. e fin lì è un destino segnato. tanto oltre al mio metro e un tappo non ci arrivo.

se lo scorpori in giapponese significa comunque piccola foglia. se lo dividi ancora diventa piccola foglia sacra.(magie dei cangi)

di fondo resto una piccola foglia legata al suo cazzo di ramo rachitico. di fatto di qui non mi schiodi.

per cui oste. ho fatto i conti, e li rifaremo l’anno venturo.

come ogni anno ti dico che avrei potuto essere diversa. forse più serena, più docile e contentabile. seguire la via come gli altri. ma non lo posso fare. di certo sono più felice, così.  c’è troppo da vivere oltre il selciato.

e comunque la ghiaia non mi è mai piaciuta